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Romanino: l'ultima cena di Montichiari

 
 

dal 31 Gennaio 2009 al 4 Aprile 2009, presso la Pinacoteca Antonio e Laura Pasinetti

 
   

L’incredibile circostanza che nel novembre 2006 provocò un brusco taglio sul costato del Cristo nell’Ultima Cena di Girolamo Romanino, a seguito di una caduta accidentale del dipinto dall’altare del Santissimo Sacramento, nel Duomo di Montichiari, ha contribuito a svegliare l’animo di appartenenza di un’intera comunità.
Terminato il delicato restauro, diretto da Renata Casarin e condotto da Luisa Marchetti, questo cenacolo torna infatti ai monteclarensi, non più in sordina ma con la solennità che merita. Come cinque secoli fa. Con la benedizione del parroco, l’orgoglio delle autorità cittadine e la curiosità del vedere, giunta fino alle contrade più lontane, dove ancora resiste quella lingua “sbotasata” e “sgalvagnata”, che Giovanni Testori riusciva magistralmente a intuire nella pittura di Romanino. 
L’intento della mostra è dunque proporre uno sguardo ravvicinato all’Ultima Cena, per risarcire decenni di lontananza fisica da quest’opera, solitamente immersa, a tre metri di altezza, nella monumentalità del Duomo, anche se in origine incorniciata dalla perduta carpenteria lignea, in un luogo più raccolto dell’antica parrocchiale, demolita nel 1729 per far posto a quella attuale.

I più assidui e attenti, scorrendo i volti degli apostoli seduti al desco romaniniano, potranno asserire di aver già visto quelle facce al mercato settimanale o all’ultima sagra di San Pancrazio. Del resto che Romanino cercasse nel popolo i propri riferimenti figurativi, è un cliché storicizzato già nel primo Settecento, quando un anonimo frate cappuccino, con la sua “Descrittione della terra di Montechiaro”, riconduce al maestro bresciano, nella vecchia parrocchiale, dipinti ed affreschi “con molti ritratti dal vivo et naturale di huomini et donne che vivevano al tempo che si faceva tal pittura”.
Di quelle opere, decimate da incendi e demolizioni, rimane l’Ultima Cena, pigiata dal pittore in uno spazio angusto, voltato a botte, con sottili lacunari e borchie dorate.
La scena, tratta dal racconto evangelico, coglie l’attimo di poco successivo alle parole del Cristo che rivelano il traditore: “AMEN DICO VOBIS QUIA UNUM / VESTRUM ME TRADITURUS EST”, con gli apostoli stupiti e intenti a interrogarsi l’un l’altro.
Alcuni di loro tengono il tovagliolo sulla spalla sinistra, dettaglio curioso e insolito tra le molte versioni di questo tema figurativo tipicamente cinquecentesco. Una finezza da galateo, che troviamo prescritta dal 1530, nelle raccomandazioni sullo stare a tavola del De civilitate di Erasmo da Rotterdam.  Che strano, un Romanino attento alle buone maniere.

In primo piano, al capo opposto della tavola vi è Giuda, un pessimo esempio, con la camicia slacciata, le maniche arrotolate fin sopra il gomito e un bicchiere semivuoto in mano. Per una volta, il suo ruolo non è riconoscibile dalla borsa dei trenta denari, della quale nel dipinto non vi è traccia. Il tradimento gli arde la gola, ma il suo vino non è sulla mensa benedetta, bensì al di sotto, in una caraffa da osteria, che afferra in malo modo rovesciandone a terra il contenuto. Qualcuno dirà: “Ecco il sangue versato”. Forse gli studi dovranno riflettere meglio su questa variazione iconografica senza precedenti noti.


 




La datazione della Pala, verso il 1542-43, coincide con un momento cruciale per la chiesa bresciana, mobilitata dal preoccupante avanzare dell’eresia protestante, che dai valichi alpini rischia di giungere a valle diffondendo dottrine volte a negare il dogma della presenza di Cristo nell’Ostia consacrata. Si spiega così il nesso che in quei decenni associa il moltiplicarsi delle ricche confraternite laiche del Corpo di Cristo (o del Santissimo Sacramento) alla crescita in tutta la diocesi delle commissioni di pale d’altare ispirate a temi eucaristici.

La Cena in Emmaus, Il Compianto sul Cristo morto e l’Ultima Cena sono solo alcuni dei soggetti più richiesti ai pittori per adornare i nuovi altari affidati a queste associazioni, nate spesso dall’iniziativa spontanea di gruppi sociali emergenti, con scopi che andavano dalla pubblica assistenza al culto dell’Eucaristia. Grazie alle preziose ricerche di Angelo Chiarini e Giovanni Cigala siamo in grado    di fissare al 1524 i primi segni di una Confraternita del Santissimo a Montichiari, responsabile ragionevolmente della committenza dell’Ultima Cena qui discussa. Le grosse lacune documentarie, verificatesi in secoli di incuria dell’Archivio Parrocchiale, sembrano tuttavia precludere ogni speranza di far luce sui diretti interlocutori del pittore bresciano. A meno che, qualcuno trovi il modo di chiarire il ruolo di un vecchio sacerdote, Paolo Sacco da Montechiaro, che la visita pastorale del 1556, registra in qualità di “venerabile” cappellano della Confraternita monteclarense e già monaco nell’ordine benedettino di Santa Giustina a Padova. Lo stesso monastero dove Romanino, negli anni giovanili, tra il 1513 e il 1514, aveva dipinto una grandiosa tavola d’altare, la cosiddetta Pala di Santa Giustina, oltreché un’Ultima Cena (un’altra), destinata ad ornare il silenzioso refettorio dei monaci, ed oggi esposta come la prima nel Civico Museo della città veneta.

       
 
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